La visione del mondo a cui siamo abituati ci porta ad assimilarlo come un unico blocco continuo in cui troviamo la nostra stabilità nella composizione unitaria e inscindibile. La traslazione di questa modalità di osservazione al ritratto fotografico restituisce sicurezza a chi guarda ma nasconde volontariamente il processo interiore che definisce il soggetto messo in posa per il ritratto in cui appare. Ovvero ogni singolo pensiero, ogni paura, ogni intima decisione presa prima di posare vengono sommersi dalla maschera indossata per appagare l'osservatore e determinarsi nel contesto sociale a cui si appartiene.
La destrutturazione percettiva forza in maniera violenta il blocco unitario a favore di tre nuclei fondamentali: percettivo, concettuale e identitario.
Il nucleo percettivo mette in discussione l'immagine nel modo in cui viene vista. La visione globale diventa una visione di frammenti che il cervello è obbligato a rielaborare in una forma coerente. La forza di questo processo risiede nella parola coerente essendo questa interiormente legata all'osservatore e non al soggetto.
Il nucleo concettuale scardina con violenza le letture univoche e i codici consolidati aiutando l'osservatore a far emergere la fotografia come costruzione culturale e non più come dato neutro di visione.
L'ultimo nucleo, quello identitario, galleggia tra universi diversi di lettura. Se da una parte racconta l'identità del soggetto rappresentata come l'unione di più parti nella fase antecedente l'allineamento a favore del contesto sociale, dall'altra è una forma astratta di metamorfosi. È una manipolazione che richiama lo sdoppiamento e il travestimento che in altre forme fotografiche avviene manipolando fisicamente il corpo e l'abbigliamento.
Questo ultimo nucleo, alla base degli altri, si dirama su due strade parallele.
La strada del soggetto ritratto è costruita su un terreno scosceso e difficile da percorrere, mentre il panorama lascia un senso di spaesamento. Il soggetto perde la sicurezza del come sono e vira violento verso al dubbio di come può apparire a sé stesso o agli altri in un'identità incrinata e moltiplicata. Seppur in alcuni casi può essere uno sdoppiamento controllato, nella psicologia del ritratto si accentua la visione dall'esterno tollerando o meno la distanza tra il vissuto e l'io rappresentato. È una esperienza potente capace di dare una forma visiva e materiale di parti che solitamente rimangono nascoste. Emergono fragilità, conflitti, desideri di mascherarsi o l'intima necessità di essere altri. Il ritratto destrutturato non è quindi rassicurante ma costringe il soggetto a confrontarsi con una versione di sé meno pacifica. Senza la forza necessaria, il soggetto potrebbe provare disagio, estraneità e rifiuto, non sentendo appartenergli l'immagine. Di contro però regala una visione più vera sul lato emotivo.
La strada dell'osservatore è forse meno tortuosa ma ugualmente piena di nuovi panorami. Il ritratto non funziona più come mezzo di somiglianza ma diventa un dispositivo che mette in discussione l'identità del soggetto proprio nel momento in cui si espone nudo alla visione altrui. Questo obbliga chi guarda ad addentrarsi in una foresta di ambiguità cercando un volto da riconoscere tra le fratture, i punti di vista multipli, e la non familiarità dell'immagine. L'osservatore viene costretto a una sosta; non consuma l'immagine subito, ma si sofferma a rispondere a degli interrogativi. Un atto di fascinazione, di inquietudine ballando tra empatia e perturbazione.
Da entrambe le parti, il doppio dato dalla frammentazione, attira perché promette riconoscimento, ma disturba perché dimostra che l'identità non è invisibile come si vorrebbe.
La destrutturazione visiva non può vivere senza entrambe le parti. È un lavoro a quattro mani in cui il soggetto si offre come presenza costruita mentre l'osservatore la mette alla prova interpretandola in un completamento proprio e non imposto. ​​​​​​​

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